PREMESSA
Vi presento una narrazione costruita sui volti degli emigranti, bambini, donne, uomini; sulle situazioni difficili in cui si trovarono al loro ingresso nel paese; sui sacrifici indicibili che colpirono le prime generazioni. Pochi bagagli, legati con lo spago, a segnare il definitivo distacco dalla propria terra; vesti modeste e malandate ma non trascurate, sguardi malinconici, e pervasi da un senso di smarrimento. In queste foto, così dense di significato, viene in evidenza non solo la trama delle singole vite, ma la stessa storia italiana dell’ultimo secolo.
Colpisce come queste persone, provenienti in genere dalle zone più arretrate d’Italia, abbiano combattuto il senso di spaesamento provato in un paese diverso e sconfinato. Lo hanno fatto, ricostruendo in America i luoghi che conoscevano, ripetendo il loro mondo, e il tessuto conosciuto dei valori e delle tradizioni, mantenendo i punti fermi della loro esistenza. Dalle processioni religiose ai carrettini dei venditori ambulanti, dai panni stesi ad asciugare in mezzo alle strade, alla celebrazione dei cibi regionali, dalle insegne tricolori alle canzoni popolari. Per il bisogno di non perdere le proprie radici, per ascoltare ancora la lingua amata, per tramandare i segni di un’esistenza abbandonata, per mantenere l’amicizia con la propria terra e con i compaesani.
Luci, suoni, odori, melodie sono diventati palpabili segni della propria origine mai dimenticata e della continuità di un modello di vita profondo e radicato. Il proprio mondo di riferimento divenne la materia prima con cui furono create le tante Little Italy sparse in ogni città d’America. Poi si compì una trasformazione imponente attraverso le nuove generazioni, sempre più radicate in America.
Fotografie, appunti, cartoline, lettere costituiscono un mosaico prezioso che merita di essere ricostruito come avvolgendo all’indietro una pellicola, per raccontare quella storia, ma anche per dare alle cose del nostro tempo un senso nuovo. Oggi che l’emigrazione assume un carattere globale e il mondo intero è scosso da ondate crescenti di popoli in cammino, ponendo inquietanti interrogativi alle nostre coscienze. Ora che la stessa Italia conosce, per la crisi economica, una forma di emigrazione, diversa ma non meno grave di quella passata, coinvolgendo stavolta persino classi colte e giovani preparati. Quanti vogliono impegnare le loro capacità professionali e non riescono a farlo in patria, dove non trovano un destino coerente con le loro aspettative.
Guardare queste immagini serve a riscoprire singole storie dolorose, ma anche a comprendere lo spirito di libertà e di speranza che le ha accompagnate e le ha rese meno opprimenti, ridando a molti il gusto del futuro. Gli emigranti italiani, che hanno contributo a far crescere e rendere migliori le terre che li hanno accolti, appartengono non solo alla nostra storia passata, ma al nostro presente e persino al futuro che vogliamo costruire.
Le foto, infatti, raccontano le speranze che hanno saputo guidare il cammino di tanti e che oggi possono indicare ad altri la strada da percorrere per dare accoglienza agli uomini che rischiano di perdersi nella sventura e per suggerire loro quel cammino fiducioso che ha contraddistinto la nostra emigrazione di un tempo. Affinché la terra dell’accoglienza sia ogni spazio capace di prestare ascolto alla sofferenza e di valorizzare le risorse migliori degli uomini.
Ci sono a volte non solo persone, ma cose, fatti, eventi, che ci aspettano lungo il cammino, per dirci, quando non sappiamo che fare, qualcosa di noi, delle difficoltà che dobbiamo attraversare, della direzione che dobbiamo prendere. Nelle fiabe, i messaggi sono affidati alla voce di una strega, di un animale parlante, oppure sono nascosti sotto una pietra. Nella realtà, possono essere sotto i nostri occhi, persino in alcune foto o in certi appunti del passato, se si ha voglia di scoprirli e di ascoltarli. E possono tornare utili quando ci si sente smarriti negli intrighi di boschi incolti e pericolosi.
Da piccoli che eravamo quando abbiamo visto quei compaesani partire senza ritorno, possiamo dire che siamo diventati un po’ più grandi e forti, anche in virtù del loro coraggio, della loro umiltà, della loro tenacia. E ci accorgiamo che, dopo tanto girovagare per il mondo, possiamo trovare la strada del ritorno.
ORIGINE E DIFFUSIONE
L’emigrazione è quel fenomeno per cui molte persone lasciano il proprio Paese alla ricerca di lavoro e migliori condizioni di vita.
Questo fenomeno è sempre esistito e continua a essere presente tutt’oggi. Il ‘900 è stato però il secolo in cui si è verificato un vero e proprio esodo, grazie anche allo sviluppo di nuovi mezzi di trasporto, come il treno e le navi a vapore.
Dopo l’unificazione e nei primi anni del ‘900, in Italia si verificò una grave crisi economica con un grande impoverimento della popolazione; furono particolarmente colpiti gli abitanti del Sud Italia e quelli delle campagne del Nord Italia che vivevano grazie all’agricoltura. Milioni di italiani decisero quindi di emigrare verso altri Paesi, anche molto lontani.
La loro meta principale fu il continente americano, in particolare le città della costa atlantica degli Stati Uniti, il Canada e l’Argentina.
Spesso partivano soltanto gli uomini lasciando le famiglie al paese d’origine. Essi provvedevano a mandare regolarmente i soldi a casa e a scrivere lettere per dare notizie. Queste lettere venivano inviate con le navi a vapore e arrivavano a destinazione dopo molte settimane.
A causa della distanza e del costo elevato del viaggio, questi uomini potevano rivedere le loro famiglie soltanto dopo alcuni anni, trovando i figli cresciuti e cambiati. Quando la situazione lavorativa del capofamiglia era ormai assestata, gli altri membri lo raggiungevano alimentando le comunità italiane.
Nei Paesi dove ci fu una grande immigrazione italiana, si formarono delle forti comunità che mantennero vive la cultura e le tradizioni di origine; furono, in particolare, le donne a tramandare gli usi e i costumi di generazione in generazione.
Queste comunità sono ancora molto attive oggi e continuano a mantenere rapporti con l’Italia.
Come accade ancora oggi alle persone che decidono di emigrare, anche gli immigrati italiani del secolo scorso incontrarono molte difficoltà a integrarsi con la popolazione locale. Furono spesso discriminati, subirono atti di intolleranza e razzismo.
Credo che la storia dovrebbe farci riflettere e insegnarci a essere più tolleranti nei confronti di coloro che hanno cultura e lingua diverse dalla nostra e che adesso cercano una vita migliore nel nostro Paese.
Hallowell nel Maine
- A sessanta chilometri dalla costa atlantica si trovano le cave di Hallowell, cittadina posta sulle rive del fiume Kennebec, poco a sud della capitale Augusta. Due erano le cave che davano un ottimo granito bianco utilizzato per far statue e monumenti.
Nei registri della popolazione del 1890 si trovano annotati quattordici dei Nostri, ma dovevano essere molti di più se a tutto il 1897 ben venti risultano aver già ottenuto la naturalizzazione in Hallowell e in Augusta, ma andarono scemando in quanto solo sei appaiono nel censimento del 1900.
Quincy nel Massachusetts
- Quincy posta sulla costa atlantica a sud di Boston, dalla quale dista circa quindici chilometri, era nel tardo Ottocento la più grande e popolata delle città finora menzionate. Una ventina di cave erano aperte nella regione occidentale del suo territorio. Il granito estratto, dalla grana media e dai diversi colori, grigio scuro, blu, verde, porpora, trovava e trova impiego nell'industria dei monumenti.
L'attività principale però era quella del taglio del granito, che non mancò di attrarre alcuni dei Nostri scalpellini e altri tagliatori di pietra dal Massachusetts, dall'Irlanda, Germania, Francia, Inghilterra, Scandinavia, nonché da diverse regioni dell'Italia.
Il censimento del 1880 non rivela nessuno dei tipici cognomi, mentre i registri cittadini nel 1888 ne elencano venti, ma ben sessantuno sono censiti in quello del 1900. Sebbene fosse cospicuo il numero di scalpellini, da un decennio, aveva perduto lo scettro di "Capitale del granito", sottrattole da Barre.
Mifford nel Massachusetts e Mifford nel New Hampshire
- Le due Milford, una nel Massachusetts a cinquanta chilometri sud-ovest di Boston, l'altra nel New Hampshire a settanta chilometri nord-est di Boston, mostrano contrasti degni di attenzione.
La prima, la più grande, possedeva una dozzina di cave il cui granito rosa, di qualità media-bassa, veniva prevalentemente usato nella costruzione di cappelle funerarie, e malgrado l'assenza di laboratori attrasse dozzine di tagliatori di pietra della Valceresio.
La seconda, aveva sette cave, che fornivano un granito grigio di ottima qualità adatto per monumenti e statue, e una dozzina di laboratori, ma nonostante ciò vi giunse meno della metà dei lavoratori richiamati dall'omonima cittadina del Massachusetts. In quest'ultima nel censimento del 1900 sono nominati ben sei Calderara, tutti scalpellini, nonché un Battista Peduzzi nato nel 1873 a Montevideo nell'Uruguay, mentre Brayley nel 1913 raccontò che nella Milford del New Hampschire vi risiedevano molti della Valceresio, proprietari di laboratori, e non mancò di elencare: Giovanni P. e Antonio P. Conti,Giovanni Fontana tutti di Brenno Useria, Francesco E. Macchi di Induno Olona, Giovanni Romani di Saltrio, Antonio J. Rossi e Giovanni Bianchi di Bisuschio.
L'itinerante curriculum lavorativo che avrebbe potuto seguire uno dei Nostri scalpellini prima di giungere, forse, definitivamente nel New Hampshire lo si può rilevare da quello percorso da Giovanni Bianchi di Bisuschio. Prima che volgesse al termine il 1885 aveva già percorso mezza Europa, lavorando in Italia, Francia, Germania e Russia, poi non sazio, tentò l'avventura americana passando per Hallowell nel Maine, Quincy nel Massachusetts, e raggiungendo, infine, nel 1895 Milford, dove trovò lavoro nella "New Westerly Granite Company" a fianco di Giovanni Romani.
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I lavoratori delle cave di Barre
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